Smart working cassa integrazione e congedo parentale: come funziona?

Lorenzo Renzulli
  • Dott. in Conservazione dei Beni Culturali

Di smart working si parla sempre più spesso e sono numerose le persone che lavorano da casa o comunque con soluzioni e in contesti che, in passato, non erano in molti casi neppure immaginabili. La tecnologia ha rivoluzionato il mondo del lavoro, ma non rappresenta una soluzione per tutti i problemi.

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Smart working cassa integrazione e congedo parentale: come funziona?

Ci sono argomenti complessi nella nostra vita quotidiana. Tra questi, alcuni dei principali si identificano nei diritti e doveri dei lavoratori e delle aziende. Aspetti che, in alcuni casi, si vanno a complicare ulteriormente se si parla di smart working. Ad esempio, ti sei mai chiesto come vengono gestiti cassa integrazione e congedo parentale in un contesto di remote working?

La materia è piuttosto recente, ma le leggi ci sono. Unico limite: spesso non sono conosciute e di conseguenza non vengono correttamente applicate. Addentriamoci un po’ più nel profondo di questo argomento.

Smart working cassa integrazione e congedo parentale: come funziona?

1. Smart working e cassa integrazione

Smart working cassa integrazione e congedo parentale: come funziona?

Lo smart working è diventato, solo di recente, un concetto ampiamente noto e diffuso, anche da noi in Italia. Il legislatore l’aveva inquadrato già nel 2017 definendolo nella legge n. 81 del 22 maggio come una “modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato” nella quale il lavoratore opera da remoto grazie al supporto di strumenti tecnologici.

Gli aspetti fondamentali, definiti dalla legge, prevedono che per chi lavora da remoto sia prevista, a parità di ore e incarichi, la stessa retribuzione dei colleghi che svolgono le loro mansione in presenza in azienda. Il trattamento degli smart workers rispetto ai colleghi in presenza deve essere il medesimo sotto ogni punto di vista, non solo per la retribuzione, ma anche per il rispetto, ad esempio, delle norme di sicurezza.

Anche la Cassa Integrazione si può applicare allo smart working. Se così non fosse non ci sarebbe pari trattamento per i lavoratori! La Cassa Integrazione è un ammortizzatore sociale, finalizzato a sostenere economicamente i lavoratori di aziende che si trovano in difficoltà.

Questo varrà anche per lo smart worker, che potrebbe essere invitato dall’azienda a lavorare meno ore, ma sempre da remoto e con le consuete modalità.

2. Smart working e congedo parentale

Smart working cassa integrazione e congedo parentale: come funziona?

Il congedo parentale è un diritto previsto per i lavoratori e consta in un periodo di 10 mesi di astensione dal lavoro, spettante sia alla madre che al padre, da ripartire tra i due genitori e che permette di usufruire di permessi per assentarsi dal lavoro nei primi 12 anni di vita del bambino. Questo diritto vale naturalmente anche se si opera in smart working.

Inoltre, in alternativa o come estensione del concedo parentale, non è raro che i lavoratori compiano, in accordo con l’azienda, scelte come il part time o, appunto, lo smart working per stare di più a casa con i loro figli.

Se il congedo parentale non basta per le proprie specifiche esigenze, si potrà cercare di accordarsi con l’azienda per lo smart working. Lavorare da casa permette di essere più presenti nella vita di un figlio, in particolare in momenti nei quali, ad esempio, non va a scuola.

Lavorare da casa è comunque impegnativo e ci saranno orari e scadenze da rispettare, quindi non è detto che questa sia la soluzione adatta sempre e in ogni caso, per tutti. Spesso si tende a farsi un’idea sbagliata su limiti e opportunità dello smart working.

3. Smart working e diritto alla disconnessione

Smart working cassa integrazione e congedo parentale: come funziona?

La legge n. 81 del 22 maggio 2017 parla espressamente anche di diritto alla disconnessione, concetto ancora sconosciuto ai più, ma fondamentale quando si lavora da casa o, comunque, da remoto.

La legge riconosce come inviolabili i limiti di orario previsti dalla normativa vigente e dalla contrattazione collettiva. Questo è facile da capire, applicare e anche da verificare quando si va in ufficio ogni giorno. Lo è decisamente meno quando si lavora in modo agile, da casa propria o da dove si preferisce.

Il rischio per il lavoratore è quello di vedersi arrivare via mail o magari con dei messaggi sul telefono, richieste a tutte le ore, anche in giorni e fasce orarie nelle quali i colleghi che lavorano in presenza risulterebbero, a ragione, del tutto irreperibili.

Il fatto che il lavoratore in smart working sia spesso reperibile o che, comunque, si interfacci con colleghi e superiori attraverso strumenti informatici, non deve portare ad un abuso degli stessi.

Il rischio per il lavoratore che opera in remoto è quello di essere percepito come sempre connesso e disponibile. Ovviamente non è così: anche lui, pur in un contesto spesso di maggiore flessibilità, deve rispettare degli orari e porre dei limiti.

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Di smart working oggi si parla davvero molto, ma non sempre lo si fa con la giusta cognizione di causa. Nonostante la normativa esista e risulti anche piuttosto chiara, non sempre chi lavora da remoto riesce con facilità a far rispettare i suoi diritti. Una maggiore conoscenza e consapevolezza della materia migliorerebbe notevolmente le cose, sia per le aziende che, soprattutto, per i lavoratori.